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Black Panther Matters: Marvel è sempre sul pezzo

Come diceva l’amico di Andrea Peduzzi citato nella recensione de La forma dell’acqua, “Hollywood è sempre sul pezzo”. A volte anticipa tendenze e scandali che scuotono il mondo intero, vedi The Post di Spielberg, un film fortemente femminista uscito per una coincidenza nel bel mezzo del discorso sul caso Weinstein e sui movimenti #metoo e Time’s Up. Altre volte, compatibilmente con i tempi di realizzazione di un film, si dimostra sensibile ad argomenti che animano la società, venendo incontro a esigenze che non si possono più ignorare. Certo, spesso lo fa in maniera artificiosa, forse anche un po’ ipocrita, e senza dubbio lo fa per tornaconto economico: intendiamoci, un film come Black Panther approda nelle sale anche e soprattutto perché qualcuno si è accorto che può essere molto remunerativo venire incontro a un gruppo molto numeroso di clienti che ancora non si sentono adeguatamente rappresentati dal più importante fenomeno culturale pop degli ultimi dieci anni. Però il succo del discorso non cambia: “Hollywood è sempre sul pezzo” e, di riflesso, lo è anche la sua più diretta emanazione, ovvero l'universo cinematografico Marvel.

Sta di fatto che, dopo un paio di iterazioni del franchise che non mi avevano entusiasmato e avevano messo in dubbio il mio affetto nei confronti di un genere, quello supereroistico, che sembrava aver detto tutto quello che aveva da dire, Black Panther è forse il mio episodio preferito tra quelli della terza fase Marvel Studios, di sicuro quello più godibile dai tempi di Captain America: Civil War. E se lo è, gran parte del merito va attribuito proprio alla sua capacità di essere sul pezzo.

Come abbiamo visto proprio in Civil War, Re T’Chaka del Wakanda è morto poco prima di rappresentare per la prima volta il suo paese alle Nazioni Unite. Suo figlio, T’Challa, è destinato a raccoglierne la doppia eredità: quella di sovrano del paese africano e quella di nuovo Pantera Nera. Il Wakanda è prosperato, negli anni, grazie a due fattori: lo sfruttamento della sua risorsa più importante, il Vibranio (per i meno avvezzi all'universo Marvel, è un metallo dalle proprietà eccezionali, che costituisce l’elemento primario dello scudo di Captain America), e un isolazionismo che ha nascosto l’eccezionale livello tecnologico raggiunto dallo stato africano. T’Challa, intenzionato a proseguire il percorso di apertura del Wakanda verso il resto del mondo intrapreso dal padre con un approccio parsimonioso e pacifico, si scontrerà con Eric Killmonger, un wakandiano nato e cresciuto negli Stati Uniti che avanza pretese al trono e che intende muovere guerra contro tutti quelli che hanno oppresso e sfruttato le persone di colore. Ma prima di parlare del film, vorrei fare una piccola digressione (se non ve ne frega nulla, saltate pure il prossimo paragrafo).

Per me, l'inclusione a Hollywood è una gran figata, e non parlo di una questione puramente morale. Anzi, facciamo finta per assurdo che della questione morale non me ne freghi nulla. L'inclusione è una gran figata perché ho sempre considerato il cinema come uno strumento per conoscere e comprendere punti di vista diversi. Che una macchina produttiva gigantesca e dalle risorse quasi infinite come quella hollywoodiana si stia aprendo ad autori diversi dal profilo "maschio bianco etero" è, dunque, una benedizione, e lo è innanzitutto come consumatore di prodotti cinematografici. Per dire, per quanto Lady Bird non mi abbia entusiasmato sotto molti aspetti, sono grato che esista un'opera simile, perché al netto delle cose che le contesto, ho vissuto la più sincera, sentita e naturale rappresentazione di un rapporto tra una madre e una figlia. Qualcosa di già visto altrove che, grazie alla sensibilità di Greta Gerwig, è diventato a suo modo unico. Perché non conta tanto quello che racconti, ma come lo racconti. Questo, per me, è il miglior pregio dell'inclusione: non è la garanzia di offrire al pubblico qualcosa di nuovo, o di inedito, bensì di offrire una pluralità di voci e di sensibilità capaci di trasformare l'ordinario in qualcosa di straordinario.

Black Panther è a suo modo unico, e questo, nel computo dei film dell'universo cinematografico Marvel, è una rarità. Non tanto perché sia un film che si sforza di prendere strade diverse dal solito episodio di origini supereroiche, ma anche e soprattutto perché, pur facendo cose già viste, ha una personalità fortissima, per certi versi non riproducibile. L'impatto visivo, le musiche, le sonorità, i costumi, i colori, i volti, i luoghi, l'utopia sociale, tutto è permeato dalla suggestiva cultura africana (e, di riflesso, afroamericana), e senza di essa non avrebbe ragion d'esistere. Ad esempio, lo stesso non può dirsi (per quanto mi riguarda) di uno Spider-Man Homecoming a caso, che ha spogliato il mito dell'arrampicamuri di tutte le "newyorkesità" che rendevano gustosi i film di Raimi. Oppure di Doctor Strange, ambientato per la maggior parte della durata in un generico, intercambiabile eremo orientale.

Black Panther è un film animato da un discorso politico forte, forse un po' strillato - al punto che in certi momenti si mangia il resto e rischia di dare la sensazione che si dimentichi di essere innanzitutto un film d'intrattenimento - ma interessante e stimolante, alimentato da una differenza di vedute tra il protagonista T'Challa e l'antagonista Killmonger che ricorda i contrasti tra Malcom X e Martin Luther King o, meglio ancora, tra nativi africani e afroamericani. È un altro film "sul pezzo": quelli che vorrebbero che venisse giudicato senza considerare il contesto extracinematografico, o quelli che pensano che sia un fenomeno esclusivamente statunitense e che a noi italiani/europei non serva un film del genere su un’utopia tecnlogico/politica che non dipinga gli africani nei tre modi che il grande pubblico conosce (zulu/bimbi soldato/immigrati clandestini), o soffrono di un tremendo bias cognitivo e non hanno mai fatto una passeggiata in giro o hanno altri interessi nel far passare questo messaggio. In ogni caso, ci fanno un po' la figura di chi vive fuori dal mondo. Quelli che tirano in ballo confronti con Get Out per smontare la vena polemica di Black Panther, poi, mi fanno girare la testa come i cani che non capiscono: grazie al cazzo che un horror prodotto con 4,5 milioni di dollari può permettersi provocazioni più spinte e, in generale, una libertà di manovra superiore a un blockbuster che è parte di un universo narrativo che va avanti da dieci anni e che si rivolge a un target trasversale, che va dal preadolescente al quarantenne nerd.

Comunque sia, Black Panther si difende benissimo anche sul fronte dell'intrattenimento. In buona sostanza, è un felice melting pot che mescola alcuni topos del cinema supereroico con elementi presi dai film di spionaggio di James Bond ed elementi shakespeariani che non possono che rievocare Il re leone.

Senza citare di nuovo la direzione artistica e l'impatto visivo che, nonostante un utilizzo un po' invasivo di una CGI non sempre all'altezza, mi hanno colpito positivamente, a me la cifra stilistica con cui Ryan Coogler approccia i combattimenti corpo a corpo era già piaciuta in Creed e m'è piaciuta anche qui: leggibile, intensa e senza effetto parkinson, nonostante ricorra spesso alla camera a mano. Forse qui, a volte, è un po’ troppo plasticosa per via del grandissimo impiego di effetti digitali, ma tutto sommato, al di là di un paio di movimenti di macchina fintissimi che possono infastidire, mi ha restituito sensazioni positive. L'inseguimento per le strade di Busan è forse la sequenza action più riuscita, la battaglia finale invece è un po' meno coinvolgente, anche perché viene alternata con il visivamente poco interessante duello tra Black Panther e Killmonger nelle miniere di vibranio.

Per quanto i formidabili personaggi femminili monopolizzino l'attenzione quando sono presenti sulla scena, quelli maschili si difendono comunque abbastanza bene e il rapporto tra T'Challa e il villain, secondo me, mette in ombra quello tra Loki e Thor, per intensità emotiva e forza delle tesi contrapposte sostenute dai due.

Black Panther, in tandem con Thor: Ragnarok, segna una svolta nell'universo cinematografico Marvel, troppe volte accusato (a ragione) di essere una serie di pellicole fatte con lo stampino: nei limiti delle logiche produttive dei blockbuster, la nuova tendenza è dare più libertà creativa agli autori. Se il terzo episodio della saga del Dio del Tuono era un film in tutto e per tutto di Taika Waititi, questo è un film di Ryan Coogler. Scritto, diretto e interpretato da afroamericani che, piuttosto che lasciarsi andare allo stereotipo della rabbia sociale e del desiderio di rivalsa, preferiscono la strada del dialogo, della costruzione di una mitologia che può coinvolgere una larga fetta di pubblico e insegnare a tutti gli altri qualcosa sulla propria cultura. E nel farlo sgancia anche un bel messaggio edificante di apertura e di collaborazione.