Supergruppi, ma l'eroina non è una donna con superpoteri
Non sono mai stato un gran consumatore di droghe leggere, men che meno di quelle pesanti. Talmente poco da ricordare quando ne ho fatto utilizzo attivo per l’ultima volta. Era il concerto dei Super Elastic Bubble Plastic al leggendario Bloom di Mezzago, un buco di culo immerso tra la nebbia brianzola, e in quel 23 gennaio 2009, tra gli svarioni di quel puretto d’erba e un viaggio di ritorno di cui non ricordo nulla, benché guidassi io, si concluse la mia esperienza con l’escapismo psicotropo, a poco meno di 23 anni.
Non ne ho mai trovato soddisfazione, erano più le volte che finivo tra le braccia di Morfeo piuttosto che riuscire a giovare degli effetti ricreativi, anzi, lì solitamente finivano le mie serate nonostante un investimento che prometteva tutt’altro.
Il Bloom di Mezzago, nonostante le dimensioni, su quel palco può vantare il passaggio di gruppi come Nirvana, Mudhoney, Primus, Green Day, Queens of the Stone Age, Sepultura, Primal Scream, Screaming Trees, Kyuss.
Nonostante la mia incompatibilità con questi “consumabili”, penso però di far parte della generazione (millennial) che più sia stata ammaliata dall’utilizzo di droghe, ancora più della X, che paradossalmente era più consumatrice, ma vuoi per le leggende che arrivavano da i più “grandi”, vuoi per i film che si guardavano, vuoi per la musica che si ascoltava e a volte e pure i videogiochi ci mettevano la loro, questa “materia ricreativa” tra gli sbarbati era qualcosa che ti rendeva figo.
Potrei scrivere un articolo che semplicemente fa un elenco con una piccola descrizione delle opere più seminali, che hanno elevato la droga a status symbol tra i millennial, potrei scrivere di film come Paura e delirio a Las Vegas, Blow, Trainspotting, Requiem for a dream, Arancia Meccanica, di videogiochi come Max Payne, Tabboz, la serie di GTA, e invece voglio parlare di musica e di come il consumo stupefacenti tra i musicisti abbia avuto un ruolo determinante nel rendere queste sostanze come gli spinaci per Braccio di Ferro alla vista dei più, quella cosa che apriva la mente più che rendere i consumatori degli zombie decerebrati.
Da ragazzino non capivo mai perché dovessi amare questo film, perché per me era solo gente che si faceva, ma all’alba dei quarant’anni finalmente posso dire di aver capito.
“La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l'ultima volta che faccio cose come questa. Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita”. Sono stati moltissimi gli artisti il cui nome è andato di pari passo al consumo di droghe, tra quelli che voglio ricordare partendo dagli anni ‘60 di certo c’è Jim Morrison, il leader dei The Doors, morto per un’overdose di eroina (con la scusante che non si fidava dello spacciatore che riforniva la sua ragazza), Keith Moon, batterista dei The Who, morto per un’overdose di pillole, Janis Joplin, anche lei per eroina, fino ad arrivare agli anni ‘80 con una band come i Mötley Crüe, Ozzy e Lemmy dei Motörhead che facevano da portabandiera di questo stile di vita borderline.
“Attorno al 1980 decisi di farmi fare un ricambio completo di sangue - sapete, lo stesso processo che si dice si sia fatto Keith Richards. Un’idea con una certa logica, visto che ottieni istantaneamente sangue fresco e incontaminato senza che il tuo corpo debba attraversare lo stress di una disintossicazione. Così io e il mio manager andammo da un dottore che mi fece qualche esame del sangue e ritornò con le cattive notizie. “Devo dirle una cosa”, mi comunicò; “del sangue puro potrebbe ucciderla. Lei non ha più sangue umano nelle vene. E non può nemmeno donare sangue, se lo dimentichi, il suo sangue ucciderebbe qualsiasi persona normale, da quanto è tossico”. In altre parole, ciò che per me è la norma sarebbe letale per un altro essere umano e ciò che è normale per gli altri sarebbe mortale per me, il che per me non sarebbe un problema. Suppongo di aver scritto una specie di pagina della storia della medicina. Lascerò il mio corpo in eredità alla fanta-medicina! Io e Stephen Wright”. - Lemmy Kilmister, La Sottile Linea Bianca.
Ma se c’è un genere, o meglio, un movimento che si è distinto per la sua capacità autodistruttiva è il grunge, dove praticamente nessuno dei suoi esponenti si è mai riuscito ad estraniare da questa problematica. Impossibile non citare le band che lo hanno reso celebre in quel di Seattle, primi su tutti i Nirvana, seguiti a ruota dai Pearl Jam, Alice in Chains, Soundgarden, Screaming Trees, Melvins e pure al di fuori dello Stato di Washington, con gruppi come The Smashing Pumpkins (Chicago) e Stone Temple Pilots (San Diego).
Voglio perciò sfruttare questo fil rouge per parlare di due superband che si formarono in quegli anni, composte da vari elementi delle più importanti band di Seattle sopra citate, superband create per una grana comune: l’eroina.
I TEMPLE OF THE DOG
I Temple of the Dog (che da qui chiamerò TotD per motivi di praticità) furono un gruppo fondato nel 1990 dalle ceneri dei Mother Love Bone e da alcuni componenti dei Soundgarden, con la partecipazione di un certo Eddie Vedder, ex-benzinaio di San Diego. I Pearl Jam ai tempi non erano ancora cosa, il gruppo era in via embrionale e senza una reale struttura, infatti il loro album d’esordio, Ten, uscirà solo un anno dopo, ma nel mentre nacque questo progetto, un po’ per scherzo da parte di Chris Cornell (Soundgarden) e in gran parte anche per omaggiare il ricordo dell’ormai ex cantante dei Mother Love Bone Andrew Wood, morto per overdose d’eroina, tanto per cambiare.
I MLB, nati a loro volta dall’unione tra Green River e i Malfunkshun, erano una di quelle band underground che stava scalando velocemente le gerarchie della propria città, soprattutto per via del carisma del proprio frontman, finché un bel giorno non avvenne il fattaccio; Andrew Wood fu ritrovato senza vita nonostante un percorso di riabilitazione proprio in vista dell’esordio del primo album della band, portando così allo scioglimento della stessa, lasciando i due futuri Pearl Jam Jeff Ament (basso) e Stone Gossard (chitarra) a piedi.
I Mother Love Bone; al centro, Andrew Wood.
La chitarra solista dei TotD la incontreremo nuovamente anche nel secondo super gruppo per cui è nato quest’articolo, ma non è ancora il momento di parlarne, per ora mi limiterò solo a raccontare perché venne scelto come componente nonostante all'epoca fosse un semisconosciuto. Ovviamente sto parlando di Mike McCready, nativo della Florida e trasferitosi a Seattle in giovanissima età, dove ebbe così modo di conoscere Stone Gossard; non fu l'amicizia nata da bambini a consentirgli di essere chiamato, poiché i due si persero di vista per quasi dieci anni. L'ex Mother Love Bone ebbe modo di vederlo suonare dal vivo dei pezzi di Stevie Ray Vaughan, convincendosi del talento del chitarrista proponendogli così la collaborazione.
Per concludere la formazione, gli ultimi due nomi non hanno bisogno di presentazione, Chris Cornell (voce) e Matt Cameron (batteria) dei Soundgarden. Come detto in precedenza, fu proprio il cantante a proporre questo progetto, dopo aver scritto due canzoni in memoria di Andrew Wood, ma siccome non le trovava compatibili con il sound della sua band, propose ad altri di comporle insieme, e tutto il resto fu storia.
La band al completo, dietro Matt Cameron, a sinistra Jeff Ament, al centro Eddie Vedder, a destra in primo piano Chris Cornell, in basso a sinistra Stone Gossard e in basso al centro Mike McCready.
Dal sodalizio nacque uno degli album meno mainstream ma più significativi del movimento grunge, un misto di rabbia, malinconia, dolore, amore e melodia che prese il nome della band, Temple of the Dog, con canzoni memorabili come Say Hello 2 Heaven e Hunger Strike; quest’ultima vedeva la partecipazione di Eddie Vedder creando un duetto con Chris Cornell da brividi, con un intreccio delle due voci come poche volte se ne sono sentiti nella storia della musica. Il disco, oltre ad essere un unicum, costituisce una vera e propria lettera d’amore a qualcuno che è mancato prematuramente, incredibile pensare come proprio il promotore di questo progetto sia stato vittima dello stesso destino.
I MAD SEASON
Il secondo super gruppo che vide luce durante l’era grunge furono i Mad Season, che volendo vederla meglio, più che una band nata per fare musica, fu un gruppo di recupero per musicisti con gravi problemi di, guardacaso, eroina. L’idea nacque da un nome a noi già noto, quel Mike McCready che militava nei Pearl Jam proprio nel periodo in cui fu il suo turno di cadere vittima della dipendenza.
Durante la riabilitazione conobbe il bassista John Baker Saunders, un turnista blues di Chicago con gli stessi problemi del chitarrista ma una passione in comune; era il 1994 e, proprio durante il periodo di registrazione, di Vitalogy (il terzo album in studio dei Pearl Jam) decise di mettere insieme un nuovo progetto, contattando anche il batterista Barrett Martin, ai tempi militante negli Screaming Trees. I tre fondarono così i The Gacy Bunch, o almeno così si facevano chiamare nelle poche apparizioni dal vivo, fino a quando, una volta composte le prime canzoni, cambiarono il nome in Mad Season.
Ma perché scelsero proprio quel nome? McCready si ispirò al modo di definire la piena maturazione dei funghi allucinogeni, definita propriamente in lingua d’albione “stagione pazza” che per lui era la perfetta metafora per descrivere quel loro periodo “di abusi nel bere e drogarsi”. Ma mancava ancora un tassello fondamentale al trio, ovvero una voce capace di valorizzare il lavoro dei tre musicisti e subito il buon Mike pensò a un solo cantante, Layne Staley, il frontman degli Alice in Chains, ovviamente anche lui con gravi problemi di dipendenza da eroina.
La band al completo, da sinistra: Barrett Martin, Layne Staley, John Baker Saunders e Mike McCready.
La domanda sembra scontata, perché una band appena formatasi, soprattutto dopo una lotta contro la droga, deve andare a scegliere forse il peggior musicista sotto quel punto di vista, un noto consumatore? L’idea era proprio quella di cercare di allontanarlo da quel vizio, soprattutto unendosi a un gruppo dove due componenti erano riusciti nell’intento di disintossicarsi, ma come la storia ci ha insegnato, l’impresa fu vana, perché il povero Layne, oltre ad essere una macchina programmata per autodistruggersi, era famoso anche per sabotare i progetti dei propri compagni, non a caso la sua carriera con gli Alice in Chains vedeva la band primeggiare nelle classifiche ma latitare sul lato dei concerti dal vivo, poiché il cantante passava grossi periodi di down, rendendosi impresentabile e così rallentando se non addirittura arrestando la corsa della band verso il successo.
L’idea di aiutarlo non solo svanì dopo nemmeno un paio di anni, periodo in cui la band cessò la sua attività, ma fu totalmente inutile. Staley, infatti, morì il 5 aprile del 2002 (data funesta, l’ottavo “anniversario” della morte di Kurt Cobain) per un’overdose di speedball, un mix di eroina e cocaina. Non fu però il primo membro dei Mad Season ad abbandonarci anzitempo, venne preceduto da Saunders tre anni prima, che ricaduto nuovamente nella spirale della droga, morì per una dose eccessiva di (guardacaso) eroina.
L’MTV Unplugged degli Alice in Chains a mio avviso rimane il migliore tra tutti quelli proposti da quel format televisivo. Non sarà celebre come quello dei Nirvana, ma l’atmosfera creata in quel concerto è forse stata l’apice della loro carriera, dovuto anche alla rarità di performance dal vivo, sempre per colpa del cantante (con gli immancabili occhiali da sole d’ordinanza, vista la sua “intolleranza” alla luce).
Nonostante questo tragico epilogo, non si possono non spendere due parole sul loro album Above, pubblicato nel 1995; registrato in poco più di una settimana, entra di diritto tra le perle e i capolavori di tutto il grunge. Un disco cupo, psichedelico, dalle arie prog ma anche introspettivo, capace di portare ballate degne dei gruppi hard rock degli anni ‘70 scivolando piacevolmente in una allucinazione alla Pink Floyd. La chitarra di McCready non ha mai pace, passa da assoli hendrixiani ad arpeggi che ricordano quasi i Cream di Eric Clapton, la voce di Staley fa da tappeto, quasi eco a canzoni che scorrono senza soluzione di continuità, un disco tanto perfetto quanto inspiegabile.
Anche in questo progetto si vedrà un ospite d’eccezione, ovvero Mark Lanegan, uno dei frontman più carismatici e importanti del movimento di Seattle con i suoi Screaming Trees; ovviamente pure lui aveva il pedigree per poter militare nella band, dato che le sue avventure sia con alcool che eroina erano più che note, talmente note che rischiò l’amputazione di un braccio nei primi anni ‘90, per un utilizzo sconsiderato di aghi dalla dubbia sterilizzazione. Non a caso, le due canzoni a cui partecipa (I'm Above e Long Gone Day) sono tra le migliori dell’album. E infatti la band provò ad andare avanti con lui con un secondo album dopo la palese indisponibilità di Layne Staley per l’aggravarsi della sua situazione con le droghe, ma ahimé non fu cosa.
Qui morirono i Mad Season, lasciandoci uno dei migliori dischi della loro generazione.
L’EREDITÀ
Ovviamente non sto parlando del quiz show di Rai 1 ma di cosa ci ha lasciato questo periodo, questa decina d’anni che parte da metà degli anni ‘80 per finire a metà degli anni ‘90. Molti dicono che il rock sia morto con il grunge, l’ultimo grande movimento (e non genere) capace di sconvolgere e segnare una generazione, capace di dare ancora grandi figure di riferimento e capace di essere ancora genuino, indipendente e libero dalle grandi macchinazioni dell’industria musicale dove band e musicisti, con i loro vestiti trasandati, quei capelli lunghi, maglioni larghi e quelle camicie di flanella indossate per il freddo di Seattle e non per una questione di moda urlavano al mondo un disperato bisogno di spazio.
Il rock è morto, viva il rock!
Essendo io un classe ‘86, trovo che l’era successiva, quella del NU Metal, abbia ancora trasmesso qualcosa, un movimento in cui identificarsi, però devo ammettere che non c'era più quella spontaneità inalterata, ormai MTV si era presa tutto, confezionando ogni cosa a modino; il grunge, invece, riusciva a essere ruvido come il Punk e molto meno altezzoso del Metal, Peccato per l’eroina che, non essendo Wonder Woman ma una sostanza d’abuso, ha devastato una generazione di musicisti che avrebbero potuto dire ancora molto.
Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a droghe e dipendenze, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.




