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Marmotta's Mask: A Link to Bill Murray

Marmotta's Mask: A Link to Bill Murray

In questi giorni, vuoi perché annunciato come Retroutcast, vuoi perché è l’unico capitolo della serie principale che non ero mai riuscito a finire, ho iniziato per l’ennesima volta The Legend of Zelda: Majora’s Mask. La cosa assurda era che fino a quel momento avevo esperito il gioco proprio come il concept dello stesso vuole, ovvero ripartendo continuamente dall’inizio, in loop, senza mai giungere alla fine, ma non in-game, proprio col gioco stesso.

Un uroboro insomma, anche se questa è un'immagine rappresentativa più dell’ultimo capitolo, Tears of the Kingdom, col quale condivide solo il fatto di essere un sequel. Esperienza valida fino a oggi almeno, perché finalmente sono riuscito a portarlo a termine, e adesso vi racconto come.

(una spada di Damocle continua)

Proprio mentre giocavo e dovevo combattere contro me stesso e quella meccanica che ho sempre trovato respingente, i tre giorni disponibili, con l’ansia di non riuscire a completare nemmeno una semplice quest, mi è tornato in mente un film, quel cult di inizio anni novanta che risponde al nome di Ricomincio da capo (in originale Groundhog Day), e quel pensiero è riuscito a farmi superare un blocco che durava da anni.

Incredibile come alla fine il protagonista della saga di The Legend of Zelda rispetti e rispecchi sempre il significato del suo nome, ovvero l’essere una macchina del tempo “vivente”, un “Link” tra passato, presente e futuro (come raccontato dallo stesso Miyamoto), tema che nelle sue avventure è molto spesso cardine, cioè lo scorrere del tempo in maniera ciclica e inesorabile.

Da qui allora parto col mio pippone “filosofico”, ovvero come portare a termine un determinato compito per poter così uscire da una situazione d'impasse, proprio come Bill Murray nella pellicola, o meglio, il suo personaggio (Phil Connors), un cinico e stronzissimo meteorologo incapace di empatizzare con qualsiasi essere vivente, marmotta compresa, prigioniero sempre della stessa giornata fino a quando non sarà in grado di accettare le proprie debolezze.

(la mia faccia ogni volta che ricominciavo TLOZ: Majora’s Mask)

In questo film, Harold Ramis (qui alla regia) vuole raccontare di un uomo intrappolato più in sé stesso che nelle ventiquattro ore quotidiane, e la scelta del protagonista non poteva essere più azzeccata affidando la parte (anche se non come prima scelta) a uno degli attori più egoriferiti di Hollywood, interprete forte di un umorismo tanto cinico quanto spiazzante da farcelo tanto amare (o per alcuni, odiare). La trama non narra una storia complessa, ma di un viaggio di una persona che nonostante la propria sicumera riesce a lasciarsi tutto alle spalle, accettare quello che gli sta intorno e diventare migliore per spezzare quell’incantesimo che più che una maledizione pare essergli stata una lezione di vita, trasformandosi infine in un uomo amato e stimato.

(come ogni giorno la sveglia, l’inizio di un incubo)

Il racconto vede il nostro protagonista per il quarto anno di fila dover presenziare controvoglia al “Giorno della marmotta”, ricorrenza annuale del piccolo paesino di Punxsutawney (Pennsylvania) dove la tradizione vuole che la prima apparizione della marmotta dopo il suo risveglio determini se l’inverno sarà ancora lungo o terminerà a breve, ma questo in realtà non è importante ai fini del film.

L’importante invece è che dal giorno successivo, o meglio, dal risveglio successivo, il nostro "antieroe" si ritroverà bloccato in un loop temporale dove le stesse ventiquattro ore si ripeteranno all'infinito: nemmeno nella morte troverà una soluzione definitiva. Svegliato alle 6.00 sempre dalla stessa canzone, dovrà rivivere in continuazione la giornata precedente, finché a un certo punto (e migliaia di risvegli) dopo aver imparato a sfruttare gli eventi a suo favore vista la quantità di volte che li aveva già vissuti, trova la soluzione al suo problema.

Che sia una cosa tra l’amore, il lasciarsi alle spalle la vecchia vita, il diventare una persona migliore, una più empatica poco importa, l’importante è saper accettare il cambiamento e il mettersi in gioco. Una soluzione all’apparenza molto semplice, ma che al tempo stesso ha cambiato totalmente la personalità del protagonista e soprattutto il suo modo di affrontare la vita.

Tutto questo, però, Phil lo ottiene passando ogni tipo di esperienza, dalle rapine alle serate sfrenate passando addirittura per la depressione arrivando pure al suicidio, consapevole che tanto a ogni sua azione non corrisponderà nessuna conseguenza, sfruttando ormai una routine talmente meccanica da rendere la cittadina per lui senza segreti.

Troverà la vera soluzione al suo problema solo quando riuscirà a conquistare Rita (Andie MacDowell), persona della quale s’innamora grazie al loop, trovando in lei prima una collega fidata e un punto di riferimento saldo, poi una confidente e infine la donna della sua vita, venendone conquistato conoscendola poco a poco sempre meglio, ripetizione dopo ripetizione, consentendo al protagonista di compiere quel cambiamento che gli permetterà di spezzare l’incantesimo.

(l’aiuto insperato per Phil alla fine arriva proprio da Rita).

È per questo motivo che l’ho trovato d’ispirazione per poter così finire Majora’s Mask, perché ripensandoci mi ha fatto capire che cambiare approccio era la soluzione migliore, e non solamente quanto ricominciare da capo fosse solamente una perdita di tempo, ma che reiterando un’azione si possono trovare molti più punti di vista, potendo così scegliere quello più consono per l’occasione. Oltre ad avermi permesso di parlare di un film troppo spesso dimenticato.

Peccato che questa pellicola, nonostante parli di una storia di redenzione, sia anche stata la causa della diatriba che vide Harold Ramis e Bill Murray non parlarsi per anni per via di vedute differenti sulla tematica principale della narrazione, alla faccia di tutto quello che ho scritto finora e su come questo film dovrebbe essere da spunto sul saper apprezzare i diversi punti di vista.

(vogliamo ricordarli così)

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a viaggi nel tempo e paradossi temporali, che potete trovare riassunta a questo indirizzo qui.

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